Un homme à la hauteur, Francia, 2016 – di Laurent Tirard con Jean Dujardin, Virginie Éfira, Cédric Kahn, Stéphanie Papanian, César Domboy, Manoëlle Gaillard, Bruno Gomila, Edmonde Franchi
Rintracciate in rete il manifesto della nuova commedia di Laurent Tirard (una filmografia di titoli più o meno gradevoli composta da Le avventure galanti del giovane Molière, il dittico sul piccolo Nicolas e Astérix & Obélix al servizio di Sua Maestà) e osservatelo: noterete, soprattutto nella sua versione italiana, un gusto piacevolmente rétro legato ai colori dell’immagine e alle scelte grafiche. In effetti stiamo parlando di un film “educato”, politicamente corretto, capace di intenerire e divertire con elementi tipici del cinema di una volta, senza urla né particolari limature nei riguardi di un plot – rielaborato da Corazón de León, inedito argentino del 2013 – che non si preoccupa affatto di incappare in passaggi inverosimili o incoerenti (quello con il primo appuntamento che si conclude in esperienza paracadutistica è il più difficile da mandar giù). E non mancano le scene abbastanza superflue (la gag con il cane su tutte). D’altro canto, scorre bene la storia di questo minuscolo architetto, alto 1,36 m (uno spiritoso Jean Dujardin ritoccato al computer e inserito in qualche trompe l’œil, effetti peraltro non sempre puntuali) che, grazie a un cellulare smarrito, incontra un’avvocatessa divorziata (la statuaria Virginie Éfira) e ancora in società con il suo ex (Cédric Kahn, di solito regista), corteggiandola simpaticamente e, a lungo andare, efficacemente (con gli ostacoli sociali e i luoghi comuni duri a morire che ciò comporta). E si adatta a ritmi diversi con la stessa spontaneità di Last Dance di Donna Summer…